In realtà sono fatti tuoi

Gli effetti della crisi climatica sulla tua vita

29 Nov 2020 - Michela XR
XR Magazine Società Visioni Ribelli



Immagine: Ehimetalor Akhere Unuabona

Michela della redazione Magazine, attivista da tempo e ambientalista da una vita, da anni cerca di sensibilizzare e invogliare all’azione chi la circonda sulla questione climatica. In questo articolo si rivolge ai lettori più disinteressati al problema per aiutarli a realizzare quanto la crisi nuocerà anche loro, che lo vogliano o no.

Voglio cominciare questo articolo mettendo in chiaro un concetto: le manifestazioni per il pianeta non sono per salvare il pianeta. Lasciate che mi spieghi. È una riflessione che ho sviluppato a fronte di un fenomeno che mi si presenta quasi ogni singolo giorno e che nel mio piccolo chiamo omertà climatica. Questo fenomeno si manifesta in tre atti di un copione sempre uguale e ben riconoscibile:

  • Atto uno: si sente una notizia allarmante sul deterioramento ambientale e/o il peggioramento del clima.
  • Atto due: segue reazione che può variare su una scala da “scuotere la testa distrattamente in silenzio” a “cambiamo canale”.
  • Atto tre: ognuno dei presenti continua la propria vita come se quella notizia non fosse mai esistita.

Questo teatrino dell’immobilità può avere diverse varianti, ma richiede un solo attore fondamentale, ovvero la percezione che la crisi climatica, tutto sommato, è un problema d’altri. Che ovviamente è giusto fare qualcosa per l’ambiente aiutando orsi polari e barriere coralline, ma non conviene, perché non va a toccare la sacrosanta e intoccabile sfera degli affari propri. No?

Beh, in realtà no.

E’ possibile che in questo anche noi ambientalisti abbiamo una parte della colpa. Forse non lo abbiamo detto abbastanza forte. Forse non lo abbiamo detto abbastanza chiaro. Quindi adesso lo mettiamo nero su bianco, così sappiamo a cosa andiamo incontro. 

La crisi climatica è una crisi umanitaria. Smettiamola di fingere che non sia così.

Quando si dice “salviamo il pianeta”, in realtà si intende “salviamoci la pelle”. 

Bello finora convincersi che sia un problema di ecosistemi lontani e specie diverse dalla nostra, ma anche se non tutti lo abbiamo accettato, questa crisi nuoce anche noi.

Quindi oggi parlerò unicamente dei modi invisibili in cui questa crisi ci sta corrodendo presente e futuro. Niente discorsi su altre specie, oggi parliamo solo di noi, della nostra realtà e delle certezze che questa crisi sta facendo vacillare nel nostro mondo.

Cominciamo dagli elementi fondamentali alla sopravvivenza umana, cioè cibo e acqua. Da anni sono a rischio o prossimi all’estinzione gli insetti cruciali per la produzione dei semi di quelle colture che nutrono tre quarti della popolazione mondiale. Secondo l’ipcc in uno scenario di inazione climatica la popolazione che dovrà soffrire la fame varierà dagli 0 agli 800 milioni nel 2050 e dagli 0 ai 600 milioni nel 2100. E se anche tu che stai leggendo non dovessi rientrare in quella fetta di mondo, essendo il cibo più scarso a causa dell’aumento dei fenomeni atmosferici estremi (periodi di siccità alternati a forti alluvioni) sugli scaffali dei negozi alimentari ti resterebbero alimenti sovrapprezzati di qualità e varietà più scarse, perché solo alcune tipologie riusciranno a sopravvivere a quelle temperature. Le tecniche di coltivazione utilizzate finora risulteranno del tutto o parzialmente inefficaci: molti agricoltori stanno già fronteggiando un cambiamento nella gestione delle tecniche di coltivazione. E questo ci ricorda che dietro al cibo sulle nostre tavole ci sono famiglie che si sostentano con i frutti di un terreno sempre meno produttivo. Come le comunità indigene dell’Arizona, le cui pratiche agricole sono diventate inefficaci, o il padre di Esther Ngumbi, che ha visto il suo terreno perdere fecondità anno dopo anno senza spiegazione finché la figlia, ricercatrice all’Università dell’Illinois, non ha scoperto che i microrganismi nel terreno che sono cruciali per lo sviluppo dei semi vengono uccisi dall’aumento delle temperature. 

Non tutte le zone del mondo verranno colpite contemporaneamente e allo stesso modo, e questo corrisponderà a un aumento delle migrazioni di massa a causa della fame. Questo fenomeno è già iniziato nelle Americhe, come si evince dalla migrazione degli agricoltori sudamericani verso gli Stati uniti per sfuggire agli effetti del cambiamento climatico. 

Se riusciremo a malapena ad avere frutta e verdura sulle nostre tavole, con cosa nutriremo le tonnellate di carne che finiscono ogni giorno sui nostri piatti? E se stai pensando che il pesce possa essere una soluzione, la crisi climatica non risparmia nemmeno quello: Science ha dimostrato che l’aumento delle temperature provoca stress metabolico a diverse specie marine, creando loro difficoltà a cibarsi e riprodursi. 

Come se non bastasse alluvioni e innalzamento del mare influiscono anche sulla disponibilità e sulla qualità dell’acqua dolce. In questo senso le zone costiere sono particolarmente in pericolo. E’ ciò che sta succedendo nelle isole Marshall, per cui il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha espresso preoccupazione: le inondazioni di acqua salata causate dall’aumento dei livelli del mare potrebbero contaminare irreparabilmente gli approvvigionamenti di acqua dolce, rendendo le isole di fatto inabitabili.

Anche le zone fredde sono a rischio. L’aumento delle temperature diminuirà la durata e l’intensità dei periodi di gelo permettendo lo sviluppo di piante che normalmente non riuscirebbero a crescere in quelle aree. Questo per alcune zone del mondo può sembrare un apparente “risvolto positivo” della crisi. Nella mia testa immagino dei norvegesi contenti di piantare fichi d’India in giardino nel 2100, ma senza fantasticare basti pensare che nel Regno Unito si prevede un boom dell’industria vinicola per l’aumento delle temperature. In realtà anche questo rappresenta un problema perché come evidenziato da Nature l’aumento della CO2 incrementa il processo di fotosintesi, rende le le piante più grandi e in grado di assorbire più acqua, prosciugando il terreno e diminuendone la disponibilità per le persone. Quindi semmai il fico d’India dovrei immaginarmelo alto 3 metri e in grado di assorbire tutta l’acqua in giardino come fosse il Malboro di Final Fantasy X. 

L’aumento della temperatura (qui l’analisi per scenari della NASA) e le variazioni nel comportamento delle piogge (qui la relativa analisi sempre della NASA) hanno effetto anche sulla nostra salute. Nello specifico, le temperature alte peggiorano le condizioni o influiscono in modo diretto sul numero di morti per malattie cardiovascolari e respiratorie (come le ondate di calore del 2003, che hanno provocato 70000 morti in Europa). I livelli dei pollini e degli altri allergeni nell’aria aumentano in condizioni di estremo calore, aumentando anche i casi di asma. Quindi miei compagni di viaggio sul treno delle allergie stagionali, teniamoci stretti i nostri antistaminici. 

Ma soprattutto, si creano le condizioni ideali per la contaminazione dell’acqua dolce, con conseguenze sull’igiene e sull’aumento della diffusione delle malattie gastrointestinali. Sì, avete capito bene. I due fattori sono correlati, come si vede nella mappatura dell’OMS che mostra la relazione fra aumento della temperatura e di questo tipo di malattie. “Peggio del disastro climatico non può andare, no?” No, malattie gastrointestinali. 

Ovviamente come conseguenza aggiuntiva dell’aumento delle temperature e della contaminazione delle acque dolci si creeranno le condizioni ideali anche per le zanzare, che aumenteranno la possibilità di contagio di diverse tipologie di malattie. 

E non ci fermiamo qui: lo scioglimento dei ghiacciai rilascia in aria e acqua le malattie che sono rimaste intrappolate per anni nella gabbia del ghiaccio. Per fare un esempio, nel 2016 un’ondata di calore sulla penisola di Yamal nel Circolo Polare Artico ha scongelato una carcassa di renna infettata dall’antrace oltre 75 anni anni fa sciogliendo il ghiaccio in cui era contenuta. Considerando anche la durata del ciclo di vita di un ghiacciaio e tutti i batteri e virus che può aver visto nel corso del tempo, questo fenomeno potrebbe comportare il ritorno di malattie considerate debellate da secoli. Un po’ come una capsula del tempo, ma invece di trovarci lettere e regali delle generazioni precedenti ci trovi il prozio brutto dell’influenza, e pure in versione zombie. 

A questo punto potrai pensare: “Sai una cosa? Mi chiudo in casa, accendo Netflix e tengo tutto questo fuori da qui. Tanto sono già allenato dalla quarantena del marzo 2020.” Potrebbe non essere la soluzione. 

Il 2020 non è stato un bell’anno sotto questo punto di vista (fra tanti altri). Per darti un’idea, quest’anno ci sono stati così tanti uragani che il National Hurrican Centre ha esaurito la lista dei nomi da assegnargli. Anche con gli incendi non siamo andati bene: in Australia hanno distrutto circa 1.588 case e provocato danni ad altre 653 abitazioni, mentre in California hanno distrutto circa 1.000 edifici fra case, negozi e uffici costringendo decine di migliaia di persone ad evacuare. Dei sei più vasti incendi dello stato della California, 5 si sono verificati quest’anno.

Anche le piogge, che sono diventate meno frequenti ma più intense, stanno provocando danni alle abitazioni di migliaia di persone. Quest’anno solo a causa del crollo delle dighe Edenville e Sanford (Michigan), provocato dalle piogge intense, circa 10.000 persone sono state costrette ad abbandonare le loro case.

Su questo fronte la crisi climatica trasforma anche il mare in una minaccia. I livelli del mare su scala globale sono aumentati di 20 cm dagli anni ’80 e le immagini satellitari della NASA hanno evidenziato come questo processo stia accelerando. Questo è inquietante se pensiamo che più della metà della popolazione mondiale vive a circa 60 km dal mare. In un articolo il The Guardian ha evidenziato come alcune delle le città più grandi del mondo saranno sommerse dall’acqua in caso di inazione climatica, fra cui Shanghai, Osaka e Rio de Janeiro. E vorrei ricordare che a Shanghai ci sono 17 milioni di persone.  

In Italia, secondo le proiezioni dell’ENEA, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento entro il 2100 migliaia di chilometri quadrati di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse dal mare, con picchi nelle zone portuali a Venezia (+ 1,064 metri), Napoli (+ 1,040 mt), Cagliari (+1,033 mt), Palermo (+1,028 mt) e Brindisi (+1,028 mt). Questo significa che migliaia di italiani perderanno la propria dimora e il proprio lavoro, e l’Italia il patrimonio artistico, culturale e naturalistico di quelle zone. 

Secondo un report di Morgan Stanley, il costo economico dei disastri provocati dal cambiamento climatico nei soli ultimi 3 anni ammonta a 650 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti quest’anno ci sono stati 16 disastri ambientali (inclusi incendi, uragani, tornadi e alluvioni), che hanno provocato, secondo Scientific American, almeno 1 miliardo di dollari di danni ciascuno. Soldi non verranno spesi in servizi pubblici, assistenza sociale, tecnologie, ma a riparare danni causati da noi stessi. Sarebbe un po’ come darsi una zappa sui piedi e poi dire che è colpa della zappa, che la zappa c’è sempre stata, che sui piedi ci sarebbe finita comunque.

Ora lo so che sembra io stia dipingendo una visione apocalittica del mondo come fossi in mezzo alla strada con un cartone con scritto sopra “la fine è vicina”. Ma questi sono i dati raccolti da centri di ricerca, giornali scientifici, enti competenti che hanno lavorato mesi, a volte anni, per trarre queste conclusioni. Quindi ascoltiamo. E smettiamola di pensare che il problema non ci riguarda solo perché abbiamo paura di accettarlo. 

Io so che questa realizzazione fa paura sotto molti punti di vista. Il presente ci sta dando segnali di un processo in atto i cui esiti sono devastanti, e questo fa paura. Spaventa pensare che accadrà e spaventa cambiare per evitarlo. Ma rimandare l’azione oggi significa precluderla domani. L’omertà è una silenziosa condanna rimandata che infliggiamo a noi stessi. 

E se c’è qualcosa che ci ha insegnato il 2020 è che, se non si dà ascolto ai segnali di allarme in tempo, gli effetti sono più devastanti del sacrificio necessario per prevenirli.